Ad Mensam: ceramiche da tavola

Descrizione

Nel corso degli oltre cinque secoli in cui Forlimpopoli fu una città romana i servizi fini da mensa subirono trasformazioni ed evoluzioni legate all’avvicendarsi di mode, di stili, di forme realizzate ora da un’officina, ora da un’altra e non di rado importate da atéliers anche geograficamente lontani che avevano saputo diversificare e consolidare sul mercato la loro particolare produzione. Se in piena Età Repubblicana sulla tavola dominavano le stoviglie verniciate di nero, a partire dal regno di Augusto o poco prima, sono le coppe, le ciotole, i piatti, i crateri rivestiti di una bella vernice rossa a farla da padrone, tanto con i tipi a pareti liscie quanto con quelli impreziositi da motivi e scene figurate ottenuti a impressione o a rilievo. A questa classe di vasellame la città di Arezzo, rinomata per la qualità e la diffusione dei suoi vasi, ha dato il nome di ceramica “arretina”. L’altro termine con cui è conosciuta – terra sigillata – deriva dall’abitudine di alcune fabbriche (figline) di “marchiare” in vario modo con sigilli la loro produzione. Sempre destinate alla tavola, le ceramiche “a pareti sottili” si distinguono invece per lo spessore ridottissimo e per essere esclusivamente costituite da recipienti per bere: bicchieri e coppe. La loro fabbricazione comincia in età tardo-repubblicana e augustea e prosegue fino al II sec. d.C. In questo arco di tempo si registra una certa varietà nella composizione e nel colore degli impasti ceramici e nel trattamento delle superfici, talvolta verniciate di grigio scuro o decorate in rilievo alla “barbottina” ottenuta con l’applicazione di argilla semiliquida.