Il fegato etrusco di Piacenza

Descrizione

Le fonti sono concordi nell’identificare l’allevamento ovino come una delle attività economiche prevalenti sviluppatasi fin da epoche remote in vaste zone dell’Emilia occidentale, e tale rimasta anche durante l’età romana ed oltre. Una prova indiretta dell’importanza dei capi ovini nella quotidianità è fornita anche dal cosiddetto “fegato etrusco” da Settima di Gossolengo, un modellino bronzeo di fegato di pecora, recante una serie di iscrizioni in lingua etrusca, in rapporto con la sfera religiosa e la divinazione. Gli Etruschi, «di tutti i popoli il più religioso…» come ricorda Livio, attraverso la “lettura” dei visceri degli animali offerti in sacrificio agli dei avevano elaborato una consolidata tradizione interpretativa – l’aruspicina – basata sulla credenza, appunto, che i “segni” rilevati rispecchiassero il volere dei numi dimoranti nella volta celeste, simbolicamente evocata nel fegato da tante caselle con il nome del corrispondente essere divino, favorevole o nefasto. L’aruspicina ebbe una notevole influenza sulla religione romana e ciò aiuta a spiegare come mai un oggetto di questo tipo fosse conservato e forse ancora utilizzato in piena età repubblicana (fine II sec. a.C.- inizio I sec. a.C.), quando gli Etruschi ormai da tempo non erano più presenti in regione. Nella quarantina di nomi divini iscritti sul fegato sono annoverati Hercle (in latino Ercole), protettore della pastorizia, ma nel mondo romano presente anche nella veste di bibax (bevitore) e Fufluns (in latino Bacco, in greco Dioniso) protettore della vendemmia e del vino.