“Ossa di bruti” ed economia di sussistenza

Descrizione

Il villaggio sorto agli inizi del Bronzo medio (XVII sec.  a.C.) sul colle di Monte Castellaccio fu per Giuseppe Scarabelli, fra i maggiori studiosi di preistoria italiani e fondatore dell’omonimo museo imolese, uno dei luoghi prediletti di ricerca. Non a caso le testimonianze che vi reperì rappresentano il nucleo più importante dell’esposizione museale. Nella grande vetrina che le accoglie, mantenendo intatta la disposizione di gusto ottocentesco voluta dal ricercatore, grande rilievo hanno quelle che con linguaggio dell’epoca erano chiamate “ossa di bruti”, ossia i resti ossei recuperati durante gli scavi nella stazione.

L’attenzione e la cura con cui questo materiale fu raccolto e ordinato nella sistemazione museale ha consentito un moderno studio di tipo archeozoologico mirante a definire le modalità di sussistenza nell’abitato. Ne è emerso che l’allevamento del bestiame svolgeva un ruolo di primaria importanza dal momento che bovini, caprovini e suini rappresentavano la principale fonte alimentare, rispetto agli animali selvatici, e che quindi le pratiche di caccia avevano un ruolo secondario. Carne, lana, latte costituivano i prodotti principali ottenuti dall’allevamento, ma anche gli ossi degli animali macellati venivano ampiamente riciclati per ottenere piccole attrezzature utili alle necessità quotidiane: spatole, punte e punteruoli, zappette e picconi. Molto spesso si faceva però uso di palchi caduchi di cervo per la particolare durezza di questo materiale. Il grande assortimento di ceramiche (teglie, scodelle, tazze, ciotole, olle, boccali, dolii) offre a sua volta un quadro completo ed esaustivo di tutte le attività connesse con il cibo durante la lunga vita del villaggio: la conservazione delle derrate, le diverse modalità di cottura, di somministrazione e consumazione degli alimenti.

Foto di Costantino Ferlauto e Andrea Scardova.