Arte e biodiversità

Pere, mele, mele cotogne tondeggianti e melagrane spaccate, uva a grappoli, corbezzoli, fichi maturi, more da gelso, cesti di fragole e cesti di ciliegie, e poi zucche da vino e zucche pasticcine, cavoli spampanati, cuori di lattuga, sedani, cipolle bianche e agli intrecciati: frutta e verdure, coltivate negli orti dietro casa e presenti sulle tavole dei nostri antenati, trionfarono nella “natura morta”. Dal ‘600, il suo secolo d’oro, questo genere di pittura esaltò più degli altri l’incontro tra il cibo e l’arte, testimoniando l’alimentazione del passato.

Il rapporto tra la pittura e il cibo era cominciato prima, in età romana, e poi nel Medioevo. Nelle cattedrali, i cicli dei mesi raccontavano i lavori agricoli e la raccolta della frutta mentre miniature e tacuina sanitatis elencavano le virtù vegetali. La pittura dedicò un’attenzione crescente alla rappresentazione dei “doni della terra”, riferiti per via simbolica alla fede: la natura diventò allegoria. Frutti di ogni specie si intrecciarono con gli ortaggi nei festoni della Farnesina, o incuriosirono l’osservatore nei ritratti bizzarri dell’Arcimboldo. Cominciava l’interesse scientifico per i vegetali culminato nelle tavole del Ligozzi, o in quelle di Ulisse Aldrovandi, ad uso dei botanici ma note anche ai pittori.

Nel barocco, i vegetali contesero alle figure il primato nei quadri da stanza che raffiguravano l’opulenza dei banchetti di casa, celebrando il prestigio dei committenti e onorandone allo stesso tempo le proprietà fondiarie. Gli artisti osservavano il cibo, forte marcatore sociale, e lo ritraevano per sedurre l’occhio, accendendo emozioni tattili e olfattive. Ben presto, le scoperte geografiche integrarono con nuovi semi le colture dell’occidente: pomidoro e peperoni ravvivarono le tonalità della tavola; zucche e fagioli giunsero dalle Americhe, mentre il carciofo arrivò da oriente. Tra i cibi vegetali si stabilì ben presto una gerarchia: i tuberi che si estraevano da sotto terra erano cibo “da villani”; la frutta che cresceva sugli alberi, più vicina al cielo, era indicata invece a un’élite e così pure le lattughe, riservate ai palati fini.

Prevalente nella cucina italiana, il successo dei vegetali dura tuttora. Mangeremmo ancora le varietà raffigurate nei dipinti? A livello di specie, azzeruoli, corbezzoli, more da gelso, mele cotogne, sorbe, corniole, zucche pasticcine si coltivano ancora, ma a un livello meno elevato. Perché non se ne faccia consumo dipende forse da un cambiamento di gusto, che ci orienta verso alimenti più dolci, o dalla loro assenza dalle coltivazioni intensive.

Certamente le opere d’arte del passato possono aiutarci a riscoprire i gusti perduti di frutti dimenticati, oggi al centro dell’attività di realtà nuove e di vivai attenti alle coltivazioni antiche. Una risposta, forse, per l’alimentazione del futuro.